Dante Alighieri: 9 modi di dire derivati dalla Divina Commedia

"Dante in esilio", Domenico Petterlin, Pinacoteca di palazzo Chiericati (VI)
Dante in esilio”, Domenico Petterlin, Pinacoteca di palazzo Chiericati (VI). Foto dal web

Da qualche settimana siamo ufficialmente entrati nelle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante (1321- 2021) e, vedendo in rete che molti si dilettano nel citare versi del Sommo Poeta, è venuta voglia anche a me di riprendere in mano la mia vecchia Divina Commedia e di rileggermi uno dei libri più importanti nella storia della letteratura italiana ed internazionale.

Dante, si sa, è considerato il padre della lingua italiana, ed è bello vedere che molte ideazioni poetiche del poeta fiorentino sono entrate nel nostro vocabolario corrente. Ho quindi deciso di ripercorrere la Commedia da questo insolito punto di vista.

Iniziamo quindi questo viaggio e vediamo cosa ci ha lasciato in eredità il padre di tutti gli italiani.

1.Tra color che son sospesi

Andiamo in ordine cronologico e ripercorriamo i primi canti dell’Inferno.

Dante è all’inizio del suo viaggio ultraterreno e, dopo l’entusiasmo iniziale, viene colto da profondi dubbi ed incertezze. Ricorda che un viaggio del genere era già stato condotto da Enea e da San Paolo, anche se con scopi ben diversi: infatti, se il viaggio di Enea era funzionale alla fondazione di Roma, san Paolo compì questa impresa per rafforzare la fede cristiana delle origini, molto bisognosa di conferme.

E Dante? Nel suo caso, qual è lo scopo del viaggio?

Virgilio percepisce l’esitazione del poeta e lo rincuora: non è il momento di essere vili, l’impresa sarà difficile, ma è assolutamente necessaria. Lo stesso Virgilio, collocato nel limbo, era stato spinto al viaggio da Beatrice, scesa appositamente dal Paradiso per investirlo del ruolo di guida nei confronti di Dante, altrimenti condannato alla perdizione.

Dice Virgilio:

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

(Inferno, canto II vv. 52-54)

L’espressione, molto comune, è usata oggi per indicare uno stato di sospensione temporale, di attesa, che nel poema è riferito al Limbo, dove Dante colloca le anime dei morti non battezzati e degli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo. Tra questi ultimi c’è anche Virgilio, che visse tra il 70 e il 19 a.C. e quindi morì prima di assistere alla nascita di Cristo.

2. Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Dante e Virgilio si trovano davanti alla porta dell’Inferno. Ecco il famoso incipit del III canto:

Per me si va ne la città dolente

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente […]

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

(Inferno, canto III vv. 1- 3 e 9)

La frase, famosissima, si usa oggi in modo scherzoso quando ci si appresta a varcare una soglia o ad iniziare un percorso difficile e irto di ostacoli. Per anni è stata in uso l’abitudine di appendere un cartello con questa scritta sulla porta dei licei per incutere un timore reverenziale alle povere matricole.

3. Sanza infamia e sanza lodo

Illustrazione della prima parte del canto III dove sono puniti gli ignavi, Primo della Quercia XV secolo
Illustrazione della prima parte del canto III dove sono puniti gli ignavi, Primo della Quercia (XV secolo). Foto dal web

Dante si trova ancora ai margini dell’Inferno e qui incontra il primo gruppo di dannati: gli ignavi, ovvero coloro che decisero di non schierarsi mai, di non prendere nessuna posizione, vollero ignorare ed essere ignorati.

Dalle parole del poeta emerge un profondo disprezzo nei confronti di queste persone che probabilmente egli stesso aveva avuto modo di conoscere in vita.

Mentre Dante portò avanti le sue idee e pagò caro il proprio comportamento con l’esilio, gli ignavi scelsero la facile via dell’ombra, della vita ai margini. Non è casuale che si trovino anche ai margini dell’Inferno e che i loro volti non siano delineati: come furono nell’ombra in vita, così sono condannati alla condizione dell’escluso nel regno dei morti, per l’eternità.

Ecco cosa risponde Virgilio quando Dante gli chiede chi siano quegli esclusi:

Ed elli a me: “Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”.

(Inferno, canto III vv. 34-36)

Nel linguaggio comune, l’espressione si usa per indicare persone mediocri, che non si sono distinte in nessun modo nella vita ma hanno preferito una posizione di comoda neutralità quando invece era necessaria una scelta.

4. Non ragionar di loro, ma guarda e passa

L’espressione è sempre riferita agli ignavi, dei quali si delinea a poco a poco la condanna. Queste persone in vita decisero di restare immobili ma ora, per la legge del contrappasso, sono costretti ad inseguire nudi e di corsa un’insegna senza riuscire mai a raggiungerla.

Sono inoltre punti da mosconi e vespe, mentre vermi repellenti succhiano il sangue che esce dalle punture. In sostanza sono condannati ad una terribile e dolorosa corsa perpetua per bilanciare l’altrettando terribile e deplorevole immobilismo perseguito in vita.

Spiega inoltre Virgilio:

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragionar di loro, ma guarda e passa”

(Inferno, III vv. 49-51)

Il mondo dei vivi non conserva nessun ricordo di loro, è come se non fossero mai esistiti. Sono respinti persino dalla misericordia e dalla giustizia divina, quindi meglio non perdere tempo a parlare di loro, il viaggio continua.

Il modo di dire è usato frequentemente quando non si vuole perdere tempo a parlare o discutere di argomenti o di persone che non meritano la nostra attenzione.

5. Vuolsi così colà dove si puote
Rappresentazione di Minosse, mostro infernale
Rappresentazione di Minosse, mostro infernale. Foto dal web

Dante segue il consiglio della sua guida e guarda altrove.

Poco più avanti, una folla di anime si accalca sulle rive dell’Acheronte, il fiume infernale preso in prestito dalla letteratura classica. Di lì a poco arriva Caronte dagli occhi di fuoco, che fa salire sulla barca le anime colpendo con il remo quelle che esitano. Il traghettatore infernale avverte che al di là del fiume troveranno solo tenebre, caldo e pene eterne.

Molto scenografica la scena in cui Caronte si accorge che Dante è vivo perché il suo peso fa abbassare la barca: lui non è un’anima ma porta ancora con sé il peso del suo corpo terreno.

Il traghettatore gli ordina di allontanarsi, in quanto quello non è un posto per persone ancora in vita. Ma Virgilio interviene e lo ammonisce:

Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare”

(Inferno, III vv. 94-96)

il viaggio è voluto da Dio, è quindi inutile che il traghettatore esprima sentenze inopportune. Così è stato deciso (si vuole) là dove ogni volontà è realizzata, cioè in Paradiso, dove risiede Dio.

E’ interessante notare che le stesse identiche parole saranno rivolte da Virgilio a Minosse:

Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare”

(Inferno, V vv. 21-24)

In entrambi i casi le parole di Virgilio hanno l’effetto di rimettere al loro posto gli interlocutori infernali, che non possono comprendere il disegno divino e il compito assegnato a Dante. Meglio, quindi, che tacciano.

6. Amor, ch’a nullo amato amar perdona

"Paolo e Francesca" di Amos Cassioli, XVIII secolo
“Paolo e Francesca” di Amos Cassioli, XVIII secolo. Foto dal web

Dopo aver attraversato il Limbo, Dante e Virgilio varcano il secondo cerchio dell’Inferno e incontrano le anime dei lussuriosi, coloro ciò che violarono il sesto o il nono comandamento perché travolti dalla passione amorosa.

L’attenzione si ferma sui celeberrimi Paolo e Francesca, i cognati uccisi dal marito di lei, Gianciotto. Per la prima volta Dante sente il desiderio di parlare con le anime e chiede il permesso a Virgilio. Paolo e Francesca sono le uniche due anime a procedere accoppiate sospinte da un vento infernale e, su richiesta del poeta, gli si avvicinano per raccontare la loro storia.

È Francesca a parlare, la figlia di Guido da Polenta che sposò Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, zoppo e deforme. La donna si innamorò del cognato Paolo e fu uccisa dal marito che li sorprese insieme.

Ecco come si giustifica Francesca:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona”

(Inferno, canto V, vv. 103-105)

L’affermazione è bellissima: secondo Francesca chi è amato non può non amare. Frase molto poetica, spesso presa in prestito dai bigliettini di una nota marca di cioccolatini e persino dal cantante Jovanotti nella famosa Serenata Rap.

Peccato che nella realtà non accada proprio così, altrimenti non esisterebbe l’amore non corrisposto, ma l’affermazione di Francesca ha lo scopo di giustificare il tradimento nei confronti del marito e quindi la fatalità della sua riprovevole caduta.

L’espressione è famosissima e viene ancora oggi rievocata per spiegare qualcosa di ineluttabile che sfugge alle logiche della ragione.

7. Capo ha cosa fatta

Lasciamo i primi canti dell’Inferno, quelli più densi di modi di dire usati ancora oggi, e spostiamoci al XXVIII canto. Dante si trova nella nona bolgia, dove incontra i seminatori di discordie.

Si tratta di uno dei canti più inquietanti del poema, dove Dante si rivela figlio del suo tempo e descrive in modo fin troppo cruento il carnaio in cui si divincolano alcuni dannati orrendamente mutilati.

I versi sono utili per ricordare com’era la giustizia all’epoca di Dante, dove vigeva ancora la legge del taglione, dell’occhio per occhio e dente per dente, dove i corpi dei colpevoli di qualche reato venivano mutilati in una o più parti.

All’improvviso uno dei dannati, con entrambe le mani mozzate e grondanti sangue, si rivolge a Dante:

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i mocherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

grido: “Ricordera’ti anche del Mosca,

che disse, lasso! “Capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca.

(Inferno, canto XXVIII vv. 103- 107)

Il fatto riportato si riferisce alla faida originata dai contrasti tra gli Amidei e Buondelmonte de’ Buondelmonti in seguito ad un perverso suggerimento di Mosca de’ Lamberti, ovvero il personaggio che si rivolge a Dante.

In breve: Buondelmonte non aveva mantenuto la promessa di sposare una Amidei e si era unito ad una Donati. Per punire l’onta subita, Buondelmonte fu ucciso ai piedi del Ponte Vecchio nel 1215. Da allora si scatenò una terribile guerra tra le due famiglie e i loro alleati che poi sfociarono in Toscana nelle lotte infinite tra guelfi e ghibellini.

Il significato del verso capo ha cosa fatta è quindi che ogni azione compiuta porta ad un risultato, non sempre positivo, ma comunque ineluttabile dopo il quale non è più possibile tornare indietro.

8. Il bel paese, là dove il sì risuona

Illustrazione di inizio XX secolo celebrante la lingua del sì con l'immagine di Dante e la sua famosa frase sovrapposta al tricolore
Illustrazione di inizio XX secolo celebrante la lingua del sì con l’immagine di Dante e la sua famosa frase sovrapposta al tricolore. Foto dal web

Il fatto di usare l’espressione Bel Paese come sinonimo di Italia è ormai noto a tutti e a ogni livello, nazionale o internazionale.

Tuttavia, pochi sanno che anche questa è un’invenzione dantesca.

Siamo nel XXXIII canto dell’Inferno, nel IX cerchio, dove trovano posto i traditori della patria.

Qui si rievoca la terribile vicenda del conte Ugolino della Gherardesca, nobile pisano accusato in vita di tradimento nei confronti dei ghibellini e rinchiuso in una torre assieme ai figli Gaddo e Uguccione e ai nipoti Anselmuccio e Nino.

Dopo alcuni mesi di prigionia, la porta della torre venne inchiodata e i cinque furono condannati a morire di fame. La loro agonia durò 6 giorni e Ugolino dovette subire lo strazio di assistere alla morte per stenti dei suoi cari.

Al termine del racconto di Ugolino, Dante si abbandona ad un’invettiva nei confronti di Pisa per la terribile sorte riservata al conte e ai bambini: tanto odio nei riversato contro creature innocenti è inconcepibile e merita una punizione adeguata. Persino le forze della natura dovrebbero attivarsi attraverso l’Arno che, uscendo dal suo letto, dovrebbe cancellare ogni forma di vita a Pisa.

Ecco i versi:

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

(Inferno, canto XXXIII, vv. 79-84)

Mi sembra giusto ricordare che, in un contesto meno drammatico, anche Francesco Petrarca nel suo Canzoniere aveva definito l’Italia come “Bel Paese”.

Formaggio Belpaese. Foto dal web
Formaggio Belpaese. Foto dal web

Il Bel Paese

ch’Appennin parte e ‘l mar circonda et l’Alpe

(F. Petrarca, Canzoniere, CXLVI, vv. 13-14)

Oggi l’espressione è usatissima, tanto da essere diventata il marchio di riviste, gruppi social, ma anche di un noto formaggio.

9. Sola soletta

Concluso oramai il viaggio tra le pene dell’ Inferno, Dante si accinge a scalare la montagna del Purgatorio.

Mentre il poeta cerca di divincolarsi dalla calca di dannati che richiede messe di suffragio, intravede l’anima di Sordello da Goito, poeta mantovano.

Ma vedi là un’anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne ‘nsegnerà la via più tosta

(Purgatorio, canto VI, vv. 58-60)

L’anima viene presentata avvolta nel silenzio, carica di pathos e depositaria di forti sentimenti. Non appena lol sconosciuto apprende che uno dei due pellegrini, Virgilio, è mantovano, i due poeti si abbracciano pur non conoscendosi, uniti dalla comune cittadinanza.

Questo momento commovente induce per contrasto Dante ad un’invettiva nei confronti dell’Italia che investe senza giri di parole Firenze, l’Italia, l’Impero, la Chiesa. Il nostro paese è ormai luogo di disunione, corruzione e disordine, per arrestare questo declino è necessario intervenire al più presto riedificando una nuova società.

Ecco i famosissimi versi:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

(Purgatorio, canto VI, vv. 77-79)

Per la sua situazione politica, l’Italia di Dante è come una nave sballottata nel bel mezzo di una tempesta, un luogo di infamia e degenerazione.

Non so voi, ma a me questi versi sembrano drammaticamente attuali….

Che ne dite? Lasciate un commento qui sotto… :- )

Qui si chiude la nostra carrellata sui modi di dire inventati da Dante e diventati immortali. Se invece vi interessa conoscere il rapporto tra Dante e Vicenza, potete contattarmi per un tour a tema.

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