LA CHIESA DI SANTA CORONA A VICENZA

Se state programmando una visita a Vicenza, vi consiglio di non lasciarvi sfuggire quello che è considerato un autentico gioiello della città, ovvero la chiesa di santa Corona.

Uno scrigno di tesori sul quale si potrebbe parlare per ore, ma nel mio articolo di oggi ho scelto di concentrarmi su un aspetto in particolare: le tarsie lignee del coro risalenti al XV secolo ed attribuite a Pier Antonio dell’Abate da Modena.

Come sono realizzate? Quali materiali e tecniche ha usato l’artista?

Se volete rispondere a queste ed altre domande mettetevi comodi e continuate a leggere. 🙂

Pronti? Via!

LE ORIGINI

Sacrestia della chiesa di S. Corona. Al centro, il reliquiario contenete la Sacra Spina
Sacrestia della chiesa di S. Corona. Al centro, il reliquiario contenete la Sacra Spina

Prima di concentrarci sulle nostre tarsie, è fondamentale soffermarci brevemente sulle ragioni storiche che portarono alla costruzione della chiesa proprio in questo luogo.

Nella prima metà del XIII secolo, Vicenza subì la dominazione di Ezzelino III da Romano, terribile e sanguinario tiranno che tenne in scacco la città per più di venti anni.

Nello stesso periodo, arrivarono in città alcuni catari, eretici provenienti dalla Francia meridionale che ben presto si allearono con il tiranno e insediarono il proprio quartier generale proprio nella zona in cui oggi sorge la chiesa di S. Corona.

La situazione si aggravò quando lo stesso vescovo di Vicenza, Manfredo dei Pii, proveniente da una famiglia ghibellina, decise di allearsi con Ezzelino e i catari, meritandosi da parte del papa l’appellativo di satellite di satana.

Per porre rimedio alla situazione, si decise di nominare un nuovo vescovo, Bartolomeo da Breganze, che però non riuscì ad insediarsi e fu mandato in esilio dallo stesso Ezzelino. Il religioso decise quindi di abbandonare l’Italia per realizzare un viaggio diplomatico tra l’Inghilterra e la Francia e, proprio a Parigi, incontrò il re Luigi IX che aveva già conosciuto in Terra Santa e al quale era legato da un sincero rapporto di amicizia.

Bartolomeo chiese aiuto al sovrano per risolvere la difficile situazione in cui versava la città di Vicenza e il re decise di donargli una spina della corona di Cristo per rafforzare la fede dei vicentini ed allontanare così lo spettro dell’eresia.

Contemporaneamente, il papa lanciò una vera e propria crociata contro Ezzelino che portò alla sua definitiva sconfitta il 29 settembre 1259 nei pressi di Cassano d’Adda.

Chiesa di S. Corona, altare Corbarelli. Bartolomeo da Vicenza entra trionfalmente in città dopo il viaggio in Francia
Chiesa di S. Corona, altare Corbarelli. Bartolomeo da Vicenza entra trionfalmente in città dopo il viaggio in Francia

Non appena Bartolomeo venne informato, decise di partire immediatamente per tornare nella sua città, nonostante avesse già iniziato a nevicare e tutti gli avessero consigliato di aspettare qualche settimana prima di attraversare le Alpi.

Ma non ci fu niente da fare.

L’indomito vescovo si appese al collo una piccola teca con la preziosa reliquia e affrontò il difficile viaggio a dorso di mulo. Arrivato a Vicenza, fu accolto in modo trionfale dai vicentini e subito incaricò i frati domenicani di far costruire una nuova chiesa per conservare la reliquia.

LE OPERE D’ARTE

Nel corso dei secoli la chiesa si arricchì di cappelle laterali e quadri di notevole valenza artistica, come per esempio il Battesimo di Cristo di G. Bellini e l’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese.

Chiesa di S. Corona, Battesimo di Cristo (G. Bellini). Photo dal web
Chiesa di S. Corona, Battesimo di Cristo (G. Bellini). Photo dal web

Anche la zona dell’altare maggiore venne modificata nel XV secolo da Lorenzo da Bologna, che realizzo l’abside, la cripta (che oggi ospita la cappella Valmarana di Andrea Palladio) e il transetto.

Verso la fine del XV secolo, venne realizzato il coro ligneo e, nel secolo successivo, il monumentale altare intarsiato in pietre dure opera della bottega fiorentina dei Corbarelli.

Se non lo avete ancora fatto, vi invito a vedere di persona queste opere che si collocano ad un livello artistico elevatissimo nell’ambito delle maestranze che lavorarono a Vicenza in quel periodo.

Chiesa di S. Corona, Adorazione dei Magi (P. Veronese). Photo dal web
Chiesa di S. Corona, Adorazione dei Magi (P. Veronese). Photo dal web

 

LE TARSIE LIGNEE DI SANTA CORONA: TECNICHE E MATERIALI

Ma veniamo al vero argomento di questo articolo, ovvero come furono realizzate le tarsie del coro di S. Corona.

Stiamo parlando di 33 scene collocate negli schienali del coro e accomunate dallo stesso schema: un arco centrale al di là del quale si scorgono viste prospettiche, oggetti o strumenti musicali.

Il coro della chiesa di S. Corona con le sue tarsie lignee attribuite a Pier Antonio dell'Abate da Modena
Il coro della chiesa di S. Corona con le sue tarsie lignee attribuite a Pier Antonio dell’Abate da Modena

Ma che cos’è una tarsia lignea?

Si tratta di una tecnica che consiste nel creare un’immagine accostando diversi pezzi di legno sapientemente scelti e tagliati, tanto che spesso si ha l’impressione di essere di fronte ad un’immagine pittorica.

Per realizzare una tarsia si parte sempre da un disegno iniziale che viene scomposto nelle sue parti compositive e associato a legni diversi in modo da riprodurre fedelmente l’immagine nelle sue variazioni chiaro-scurali. I pochi artisti rinascimentali che eccellevano in questa tecnica sapevano che il colore o la venatura del legno cambiavano notevolmente a seconda che il taglio dell’albero avvenisse in prossimità delle radici, del fusto o dei rami.

Era inoltre fondamentale che l’albero fosse tagliato in inverno e solo nei giorni di luna calante, quando la linfa era meno sollecitata e quindi il tronco meno attivo. Questo agevolava la successiva fase di stagionatura, molto importante per stabilizzare il legno ed evitare che successive deformazioni danneggiassero l’opera finale.

La tipologia degli alberi impiegati variava a seconda della zona, ma in genere venivano impiegati decine di alberi diversi, la cui differenziazione era accentuata dai successivi trattamenti: per esempio, quando si volevano ottenere sfumature più scure, il legno poteva essere bollito o impregnato di olio. Oppure, ad opera finita, per creare un morbido effetto sfumato si sfregava il pannello con sabbia bollente o si passava sulla superficie un ferro rovente.

Le singole tessere erano tagliate con seghe a denti sottili e poi limate fino ad ottenere lo stesso spessore per tutti i tasselli che, ovviamente, dovevano combaciare perfettamente.

Tarsie lignee, chiesa di S. Corona (VI)
Tarsie lignee, chiesa di S. Corona (VI)

L’assemblaggio avveniva poi con potentissime colle naturali: per esempio la colla di formaggio, ottenuta unendo formaggio molle con acqua e calce viva; oppure la colla creata a partire dalle pelli delle anguille sotto sale: un collante molto forte usato anche dai chirurghi per chiudere e far cicatrizzare le ferite.

Il pannello finale veniva poi raschiato con pelle di pescecane, estremamente abrasiva, per dare a tutte le tessere uniformità di spessore.

Ed eccoci arrivati alla fase finale: la lucidatura tramite cera d’api stesa con un panno di lana, un trattamento che dava lucentezza e, soprattutto, proteggeva l’opera dal fumo delle candele e dalla polvere, tanto da permettere anche a noi, dopo secoli, di apprezzare queste autentiche opere d’arte.

Spero che questo breve viaggio nel regno del “come è fatto” possa aiutare a farci acquisire maggiore consapevolezza quando ci troviamo di fronte a un’opera d’arte. E’ infatti troppo riduttivo definirla con aggettivi come bella, magnifica, incredibile, etc…, la vera sfida è cercare di capire cosa ha mosso la mano dell’artista ed entrare nel suo meraviglioso mondo.

Ti è piaciuto l’articolo? Lascia un commento qui sotto… 🙂

4 Commenti. Nuovo commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu