CRONACHE DAL RINASCIMENTO: NOBILI ASSASSINI NELLA VICENZA DEL XVI SECOLO

Immaginiamo per un attimo di passeggiare  nella Vicenza del XVI secolo.

Cosa vedrebbero i nostri occhi?

Sicuramente una città in pieno fermento economico, brulicante di gente affaccendata nei propri affari e punteggiata di cantieri dove stavano prendendo forma le opere palladiane.

La cosa che forse non ci aspetteremmo, è vedere girare per strada i signorotti locali seguiti da una schiera di fedeli bravi.

Sì, proprio loro, quelli che ci rimandano ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Il fatto di circondarsi di fedeli scagnozzi aveva il duplice scopo di difendersi ma, soprattutto, di tendere imboscate e organizzare delitti a danno delle famiglie rivali.

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui si era soliti regolare i conti tra privati cittadini, dal momento che ricorrere alla giustizia ufficiale era considerato un segno di debolezza e codardia.

In questo scenario tutt’altro che rassicurante, per anni si sono susseguiti decine di omicidi che contribuirono a creare in città un clima di terrore perenne.

Nel marasma di delitti più o meno sanguinosi, ho scelto di raccontare le vicende di tre personaggi le cui gesta hanno più impressionato i vicentini dell’epoca.

Curiosi? Mettetevi comodi e preparatevi ad entrare in un’atmosfera noir.

Lo scelleratissimo Galeazzo da Roma

Colonna Infame eretta in corso Palladio a Vicenza sulle macerie della casa di Galeazzo da Roma
Colonna Infame eretta in corso Palladio a Vicenza sulle macerie della casa di Galeazzo da Roma

Passeggiando per corso Palladio, proprio a fianco della libreria Traverso, si nota una colonna sulla quale è inciso questo testo:

QVESTO E’ IL LOCO DOVE ERA LA CASA DEL SCELERATISSIMO GALEAZZO DA ROMA IL QVAL CON ISEPPO ALMERICO ET ALTRI SVOI COMPLICI COMMISERO ATROCISSIMI HOMICIDII IN QVESTA CITTA DELLO ANNO MDXLVIII DI III LVGIO

Nell’iscrizione si fa riferimento ad una data: il 3 luglio 1548 è uno di quei giorni che molti vicentini dell’epoca avrebbero voluto dimenticare, tanto è stato lo sgomento di fronte a un efferato pluri-omicidio avvenuto a danno dei fratelli Valmarana.

Ma andiamo con ordine.

Tutto nasce da un amore non corrisposto: Isabetta da Roma, sorella del Galeazzo citato nell’iscrizione, si innamorò perdutamente di Alberto Valmarana ma, pur avendo fatto ricorso a diverse strategie seduttive, non riuscì a catturare il cuore del nobiluomo.

Ben presto la passione amorosa lasciò il posto alla sete di vendetta per lo sgarbo subito, così Isabetta passò all’azione senza andare troppo per il sottile: intercettò infatti una cameriera dei fratelli Valmarana e la incaricò di avvelenare Alberto. Messa alle strette dalla vulcanica nobildonna, la povera domestica inizialmente accettò, poi però non riuscì a portare a termine il compito e, tra le lacrime, confessò tutto a Lucia Revese, madre dei fratelli Valmarana.

Nonostante fosse stata smascherata, Isabetta non abbandonò il proprio proposito omicida. Continuò infatti a minacciare più o meno velatamente Alberto e fece addirittura recapitare a Lucia dei fazzoletti, che nella tradizione popolare erano considerati funesti in quanto apportatori di lacrime.

Cronaca di una morte annunciata

Insomma, le premesse c’erano tutte e non era difficile prevedere quello che di lì a poco sarebbe successo.

Non riuscendo ad uccidere Alberto da sola, Isabetta decise di ingaggiare i propri fratelli Galeazzo e Leonardo, noti killer, come sicari. In cambio, avrebbe rinunciato alla sua parte di eredità a vantaggio dei due assassini.

I due, che potevano vantare una lunga e variegata esperienza nel settore, non si fecero troppo pregare.

Ecco quindi che a mezzogiorno del 3 luglio 1548 si consumò la tragedia: Galeazzo da Roma e i suoi scagnozzi fecero irruzione in casa Valmarana a S. Faustino e provocarono una strage uccidendo non solo Alberto Valmarana, ma anche i suoi fratelli Nicolò e Tomaso, due servitori e ferendo gravemente la mamma Lucia Revese.

Sembra che l’incursione fosse stata pianificata da tempo e condotta con estrema ferocia. Lucia alla fine si salvò e sarà proprio lei, una volta guarita, a raccontare tutta la vicenda al giudice Ferramosca. Il più martoriato fu il povero Alberto il quale, reo di aver rifiutato la terribile Isabetta, fu trafitto da 38 pugnalate la cui profondità fu accuratamente misurata con uno stillo ligneo.

La banda di delinquenti fu bandita dai territori della Serenissima e di essa si persero le tracce. Da quanto si sa, Galeazzo si rifugiò a Corfù, Leonardo prese la via di Milano e Iseppo Almerico venne decapitato a Firenze per altri delitti.

Per ordine del tribunale, la casa di Galeazzo venne demolita e al suo posto fu eretta la colonna che ancora oggi porta inciso il suo nome come perenne marchio di ignominia.

La famiglia Capra

Ritratto di Odorico Capra junior (1623- 1655), killer sanguinario. Il nonno era Odorico Capra Senior, che acquistò villa la Rotonda con il fratello Mario nel 1591
Ritratto di Odorico Capra junior (1623- 1655), killer sanguinario. Il nonno era Odorico Capra Senior, che acquistò villa la Rotonda con il fratello Mario nel 1591

Nel XVI secolo spesso nobiltà e crimine andavano a braccetto, infatti una delle ragioni principali che portavano a commettere omicidi era la continua lotta tra casate nobiliari per emergere e accedere al potere cittadino.

Oltre alla motivazione politica, una delle ragioni più ricorrenti per il quale si andava a processo era il diritto di precedenza. E proprio questo diede origine ad una sanguinosa faida iniziata tra Odorico Capra, proprietario di villa Rotonda, e Alvise Da Porto.

La giustizia veneziana diede ragione ai Da Porto, tra i più fedelissimi servitori della Serenissima in terraferma e, se Odorico accettò serenamente la sentenza, non si può dire lo stesso per il figlio Onorio, che iniziò a covare sentimenti di vendetta nei confronti dei Da Porto.

L’odio accumulato esplose una domenica mattina, davanti al duomo, dove si compì una strage: Onorio e i suoi bravi attesero i Da Porto dopo la fine della messa e uccisero Gabriele Da Porto. Per questo delitto Onorio fu bandito e i suoi beni sequestrati, mentre il padre si affrettava a dissociarsi da quanto compiuto dal figlio cambiando il testamento e procedendo a diseredarlo. 

Ma Venezia annullò il testamento rendendo inefficace la rettifica testamentaria di Odorico e incamerò i beni dei Capra. Mario Capra, fratello di Odorico e zio dell’assassino, tentò di salvare il salvabile stabilendo che villa La Rotonda sarebbe andata in eredità al primo nipote che gli avesse dato una discendenza maschile e individuò il suo erede in Odorico junior, nipote di Odorico senior.

Mario Capra morì nella peste del 1631 convinto di aver lasciato il patrimonio di famiglia in buone mani e, per sua fortuna, non fece in tempo ad assistere alle malefatte del suo erede universale.

Iscrizione sotto il timpano di villa La Rotonda recita: "Marius Capra, Gabrielis filius". Si tratta di Mario Capra, fratello di Odorico Capra senior
Iscrizione sotto il timpano di villa La Rotonda recita: “Marius Capra, Gabrielis filius”. Si tratta di Mario Capra, fratello di Odorico Capra senior

Odorico junior, infatti, iniziò a collezionare una serie di primati che finirono col gettare una cattiva luce sulla dinastia dei Capra: nel 1650 uccise un uomo, la prima moglie morì misteriosamente in villa perché… le cadde addosso un muro, era molto temuto dai vicentini e girava con bravi a cui faceva tagliare la lingua.

Fu arrestato proprio a villa La Rotonda e bandito dai territori della Serenissima. Riparò poi in Tirolo, dove si sposò una seconda volta e morì decapitato per aver commesso altri delitti.

Proprio sulla figura di Odorico junior fiorirono leggende che ancora oggi si tramandano secondo le quali la villa sarebbe infestata dagli spiriti di giovani ragazze brutalmente uccise dopo festini notturni.

Leonoro Pigafetta: non c’è rosa senza spina

I Pigafetta furono una delle più nobili famiglie di Vicenza. Accumularono un immenso patrimonio nel vicentino e diedero lustro al casato con insigni medici, fisici, viaggiatori (tra cui i famosi Antonio e Filippo Pigafetta), notai e giureconsulti.

I Della Rosa, questo il cognome originario della famiglia, erano provenienti da una famiglia guelfa di origine fiorentina e lasciarono il capoluogo toscano intorno all’XI secolo per trasferirsi a Vicenza. Qui cambiarono cognome, ma conservarono traccia delle loro origini nel motto associato allo stemma nobiliare: IL N’EST ROSE SANS ESPINE, ovvero non c’è rosa senza spina.

Facciata di Casa Pigafetta a Vicenza con il celebre motto "IL N'EST ROSE SANS ESPINE"
Facciata di Casa Pigafetta a Vicenza con il celebre motto “IL N’EST ROSE SANS ESPINE”

 

... sans éspine

Leonoro Pigafetta (1533- 1624) aveva tutte le caratteristiche di un bravo manzoniano: un personaggio fosco, dedito a violenze e soprusi, soprattutto a danno dei più deboli. Era imparentato con Antonio, il navigatore che compì il primo viaggio intorno al mondo, dal momento che Alessandro, papà di Leonoro, era secondo cugino di Antonio.

Il 18 agosto 1595 Leonoro se la prese con un povero vecchio di 80 anni, Benedetto Sogaro, preso a pugni e a colpi di archibugio in strada senza nessun motivo. Per questo fatto fu bandito per tre anni e condannato a versare un risarcimento alla vittima.

Stemma della famiglia Pigafetta nella tomba di famiglia a Lovertino (VI). Questo ramo dei Pigafetta è l'unico arrivato con la sua discendenza fino ai giorni nostri
Stemma della famiglia Pigafetta nella tomba di famiglia a Lovertino (VI). Questo ramo dei Pigafetta è l’unico arrivato con la sua discendenza fino ai giorni nostri

Ma la condanna non lo fece desistere dall’assecondare la sua natura violenta, tanto che arrivò ad uccidere il cugino Alberto, fino a poco tempo prima suo compagno di scorrerie. Dopo l’omicidio interpretò la parte del parente addolorato, tanto che fu smascherato solamente dopo tre anni di serrate indagini. Il Consiglio dei Dieci bandì in perpetuo Leonoro dalle terre della Repubblica e confiscò tutti i suoi beni.

Da questo episodio ha origine la decadenza di questo ramo della famiglia, che proseguirà anche nelle generazioni successive.

Il figlio di Leonoro, Alessandro, a soli 17 anni rapì al ponte di Barbarano la nobile Paolina Stopacciero. Andato a processo, fu rilasciato e obbligato a sposare la giovane. Dal loro matrimonio nacquero sei figli tra i quali si distinse in negativo Alberto, condannato a cinque anni di reclusione per aver ucciso a colpi di archibugio Nicolò Chiarello.

Insomma, da Leonoro in poi iniziò il lento e inesorabile declino di questo ramo della famiglia Pigafetta, che faticò molto a ricostruirsi un’immagine dopo le malefatte di alcuni suoi membri.

Conoscevate queste storie? Fatemelo sapere nei commenti 🙂

 

 

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