Torture e condanne a morte: come si puniva ai tempi della Serenissima

 

La Serenissima è ricordata ancora oggi tra le Repubbliche più longeve della storia, dal momento che esercitò il proprio potere ininterrottamente per 1100 anni.

La sua longevità si deve soprattutto ad una macchina organizzativa piuttosto sofisticata che riusciva a controllare in modo efficace l’ambito amministrativo e giudiziario di un territorio vastissimo.

Ma come si puniva ai tempi della Serenissima?

La giustizia veneziana poteva avvalersi di strumenti molto crudeli che oggi sconvolgono la nostra sensibilità, ma che all’epoca erano accettati su larga scala nell’ottica di punire severamente chi si macchiava di reati gravi per garantire la tranquillità dei cittadini onesti.

Partiamo quindi per questo insolito viaggio nelle pieghe della giustizia veneziana.

Il sistema penale

Massima espansione della Serenissima nel XVI secolo. Mappa di Massimo Pietrobon
Massima espansione della Serenissima nel XVI secolo. Mappa di Massimo Pietrobon

Iniziamo con una premessa importante: quando si parla di Serenissima non si intende solo Venezia o il Veneto, ma tutti i territori che la Repubblica occupò e che, alla fine del XVI secolo, andavano da Bergamo e Cremona ad ovest fino all’Istria e alle isole greche ad est.

La giustizia veneziana aveva dunque efficacia su tutto il territorio e si avvaleva di tre magistrature specializzate in diversi ambiti: i Signori di Notte al Criminal, la Quarantia Criminale il Consiglio dei Dieci.

Ma di cosa si occupavano nel dettaglio?

  • I Signori di Notte avevano il compito di vigilare sul sonno dei cittadini eseguendo ronde notturne e di avviare indagini inerenti omicidi o fatti di stregoneria. Per controllare la città in modo capillare, si avvalevano di sei Capo Sestiere, uno per ogni zona in cui è divisa Venezia.

  • La Quarantia Criminal corrispondeva alla nostra polizia giudiziaria, quindi doveva catturare fisicamente i criminali, raccogliere le prove da presentare al processo, analizzare la scena del crimine, ascoltare i testimoni, etc….

  • Il Consiglio dei Dieci era un’istituzione che operava in segreto per sventare crimini contro lo Stato e quelli considerati più gravi, come il parricidio e il matricidio. Fu istituito nel 1310 in seguito alla congiura ordita da Bajamonte Tiepolo ed era composto da dieci membri scelti dal Senato a cui si aggiungevano il Doge e i suoi sei consiglieri. La parte più inquietante del loro lavoro è che tutta l’indagine era basata sulla segretezza, quindi all’accusato era comunicato solo il reato che gli era stato ascritto ma non poteva conoscere il nome del suo accusatore né dei testimoni. Inoltre, doveva difendersi da solo senza poter contare sull’aiuto di un legale. Si puntava quindi a creare un contesto di intimidazione per mettere alle strette il sospettato e spingerlo a confessare.

La scena del crimine

Una volta individuati gli organismi preposti al controllo e alla punizione, vediamo ora come si procedeva materialmente nelle indagini per omicidio.

Chi rinveniva il cadavere denunciava il fatto alle autorità, che arrivavano sulla scena del crimine. Il primo problema era identificare il cadavere, dal momento che non esistevano i documenti di riconoscimento. L’identificazione avveniva quindi tramite la testimonianza incrociata di parenti, amici, vicini di casa o di chiunque fosse sicuro di conoscere la vittima.

Pietro Longhi, Il Farmacista
Pietro Longhi, Il Farmacista

Normalmente era sempre interpellato il parroco che, a partire dalla fine del cinquecento, era tenuto a redigere il registro dei nati, dei morti e dei matrimoni avvenuti nella sua parrocchia. Questi erano gli unici documenti ufficiali che testimoniavano con certezza l’età della vittima e le sue relazioni familiari.

Più complicato stabilire come la vittima fosse stata uccisa, dal momento che non esisteva niente di paragonabile alla nostra polizia scientifica. Ci si arrangiava quindi consultando alcune categorie professionali che, grazie alla propria esperienza, potevano confezionare una perizia.

I più consultati erano senza dubbio i barbieri-chirurghi per pareri sull’arma da taglio utilizzata o i farmacisti- speziali per giudicare gli effetti di un presunto avvelenamento, cosa frequentissima all’epoca.

Per quanto riguarda il movente, si raccoglievano le deposizioni di eventuali testimoni, i quali potevano scegliere di presentarsi pubblicamente oppure di restare anonimi affidando la propria deposizione in una delle tante Bocca delle Denunce presenti in città.

Bocca delle Denunce, palazzo Ducale di Venezia
Bocca delle Denunce, palazzo Ducale di Venezia

L’interrogatorio e gli strumenti di tortura

Una volta individuato il sospetto, questi veniva arrestato e trasferito nelle prigioni di palazzo Ducale in attesa di essere interrogato.

Il giorno dell’interrogatorio, il prigioniero veniva portato in catena davanti al magistrato e gli venivano notificate le accuse, spesso rafforzate dalla deposizione di testimoni.

L’uso della tortura era permesso durante tutte le fasi delle indagini.

Gli strumenti preferiti erano la tortura della corda o quella del fuoco. Nel primo caso, l’imputato veniva appeso per le braccia ad una corda e issato in alto. Poi la corda veniva ripetutamente rilasciata provocando allo sventurato gravi lesioni e disarticolazioni degli arti, spesso permanenti.

Non meno cruenta era la tortura del fuoco dove il prigioniero, seduto e legato, aveva i piedi in corrispondenza di una botola sotto la quale era posto un fuoco. All’occorrenza la botola veniva aperta e al malcapitato venivano bruciati i piedi.

Tortura della corda
Tortura della corda. Foto dal web.

Inutile dire che spesso e volentieri l’imputato confessava anche se era innocente, pur di porre fine alle sue sofferenze. Lo strumento della tortura, quindi, non si poteva definire particolarmente efficace nell’individuare con certezza il colpevole.

Durante il processo, l’imputato poteva avvalersi della difesa di un avvocato di sua fiducia oppure del cosiddetto avvocato dè prigionieri, cioè il legale d’ufficio.

Una volta acquisiti tutti gli atti, si passava alla votazione tramite la quale i membri del Consiglio esprimevano il proprio verdetto.

Nel caso si optasse per il bando, l’imputato sarebbe stato espulso per sempre o a tempo indeterminato da tutti i territori della Serenissima.

Se invece si sceglieva la condanna a morte, questa poteva essere eseguita con o senza tormenti. La versione con tormenti prevedeva un percorso rituale che partiva da piazza san Marco dove il prigioniero, prelevato dalle prigioni di palazzo Ducale, veniva imbarcato con il suo boia.

Durante il tragitto, era torturato con una tenaglia arroventata e gli veniva amputata una mano. Il moncone veniva poi avvolto nel budello di un maiale per evitare che il condannato morisse dissanguato prima di aver ultimato il percorso.

Prigioni di palazzo Ducale, Venezia
Prigioni di palazzo Ducale, Venezia

Una volta sbarcati, il corpo dell’imputato veniva legato ad un cavallo e trascinato per le calli veneziane fino al luogo del delitto. Qui gli veniva tagliata l’altra mano. Se lo sventurato sopravviveva, si arrivava infine in piazza san Marco dove, tra le due colonne, era allestito il patibolo e si teneva il capitolo finale dell’esecuzione, che di solito avveniva tramite decapitazione o impiccagione.

Tutto questo avveniva sotto gli occhi dei veneziani che partecipavano al rituale con un atteggiamento che variava dall’entusiasmo da tifoseria calcistica alla compassione per le sofferenze del condannato a morte. L’esecuzione pubblica in piazza S. Marco costituiva l’apice del percorso e rappresentava un monito nei confronti della popolazione, rafforzando al tempo stesso il ruolo della Serenissima come garante dell’ordine e della giustizia.

Nei casi in cui il condannato fosse un omicida seriale o si fosse macchiato di crimini particolarmente spregevoli, si procedeva con lo squartamento post mortem. Il cadavere veniva cioè sezionato in quattro parti che sarebbero state collocate ai quattro principali accessi alla città. In questo modo era chiaro a tutti, anche a chi arrivava da fuori, il modo di procedere della Serenissima.

Naturalmente il sistema penale veneziano era applicato anche a Vicenza, che spesso faceva parlare di sè per delitti o fatti di cronaca. Se volete saperne di più, contattatemi per un tour a tema 🙂

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